Bossing

Salve a tutte e bentornate al nostro appuntamento settimanale con il “GLOSSARIO FEMMINISTA: DEFINIAMO IL PATRIARCATO”.

La volta scorsa, abbiamo sviscerato alcune argomentazioni relative alle difficoltà che le donne incontrano nell’ambito lavorativo, in particolar modo del “Bropriating” che, come abbiamo visto, rappresenta la tendenza – tipicamente maschile – ad appropriarsi dell’idea o del progetto di una donna, prendendone il merito.

Oggi parleremo del BOSSING, un anglicismo utilizzato per identificare un tipo di mobbing (persecuzione esercitata sul posto di lavoro da colleghi o superiori nei confronti di un individuo, mediante atti quotidiani di emarginazione sociale, violenza psicologica o sabotaggio professionale che nel peggiore dei casi, può spingersi fino all’aggressione fisica) messo in atto da un superiore gerarchico nei più svariati contesti sociali (es: un capoufficio, un dirigente, un manager, un ufficiale nelle forze armate).

Il bossing consiste principalmente in una forma peculiare di molestia psicologica perpetrata nell’intento di indurre la dipendente alle dimissioni. Tale condotta viene praticata per evitare di versare costosi incentivi a seguito del licenziamento. Il bossing si traduce mediante l’utilizzo di modalità differenti, ma con l’intento comune di suscitare un clima di tensione ed elevarlo ai limiti massimi della sopportabilità grazie ad atteggiamenti severi, svalutazione, sanzioni disciplinari, minacce e costanti rimproveri, oppure affidando alla vittima compiti disonorevoli e dequalificanti, privando la lavoratrice di ogni possibilità di crescita personale e di carriera.

Sostanzialmente, si tratta di una forma di violenza latente, attuata però attraverso una strategia di vessazioni psicologiche e disciplinari, volte ad indurre la lavoratrice sgradita all’autolicenziamento.
Le motivazioni che si collocano alla base di tali condotte possono essere di matrice personale (come l’invidia da parte dei superiori o la paura che l’operato della dipendente, possa superare quello del datore di lavoro), organizzativa (come la necessità di ridurre, rinnovare o ringiovanire il personale) e fallocentrica, qualora la presenza di una donna all’interno di un gruppo di soli uomini non risulti gradita (discriminazioni di genere).

La scopo di questa strategia é sostanzialmente, quello di liberarsi di una dipendente senza dover sottostare alle norme e ai procedimenti onerosi previsti dal diritto del lavoro, da accordi sindacali o dalle clausole contrattuali. Di fatto, tali condotte, se reiterate nel tempo possono svilire la dipendente al punto da provocarle un forte stress psicofisico che la indurrà irrimediabilmente ad abbandonare il posto di lavoro.

Come riconoscere il Bossing?

Sei vittima di Bossing quando:

  • reiterati comportamenti ostili finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica;
  • temi che il mobbing incessante possa aver procurato una lesione alla salute o alla personalità (es: perdita di capelli, insonnia, tachicardia, infarto, depressione, attacchi di panico etc)
  • l’intento vessatorio è del datore di lavoro.
  • demansionamento;
  • emarginazione;
  • richiami verbali;
  • sanzioni disciplinari;
  • controlli ossessivi;
  • trasferimenti in altre sedi con conseguente perdita di responsabilità;
  • continue critiche ingiustificate;
  • offese alla persona;
  • minacce;
  • molestie sessuali;
  • sabotaggi.

É possibile denunciare il Bossing?

Sebbene il nostro ordinamento non contempli il reato di bossing, è possibile ottenere una condanna del datore di lavoro anche in sede penale.

La denuncia per bossing può essere presentata ai carabinieri oppure alla polizia qualora le vessazioni abbiano anche un rilievo penale e, quindi, costituiscono reati. Ad esempio, se il tuo capo ti ha minacciato, molestato, diffamato, calunniato oppure hai subito maltrattamenti, abuso di ufficio o intimidazioni, puoi assolutamente denunciare, ovviamente riportando dettagliatamente ogni fatto e allegando alla querela il maggior numero di prove possibili al fine di dimostrare sia le vessazioni subìte dal superiore che i danni sofferti (meglio se affiancate dalle testimonianze dei colleghi e da un referto medico).

A seguito della denuncia, scatteranno subito le indagini preliminari, volte ad individuare il colpevole e a raccogliere qualsiasi elemento utile per arrivare alla verità dei fatti.

A questo punto, si aprono due strade: l’archiviazione o, se la denuncia è fondata, il rinvio a giudizio, dove il responsabile subirà un processo penale, nel quale potrai costituirti parte civile per ottenere, in caso di condanna del colpevole, un risarcimento danni.

Puoi percorrere, in ogni caso, anche la via civile e presentare un ricorso al giudice del lavoro finalizzato ad ottenere un risarcimento per violazione, da parte del datore di lavoro.

Reagire al bossing non è certamente un’impresa facile, soprattutto quando il fenomeno si realizza in aziende di piccole dimensioni. La vittima, nella quasi la totalità dei casi, sviluppa una serie di patologie come ad esempio:

tachicardia;
ansia;
depressione;
attacchi di panico;
disturbi del sonno;
pensieri omicidi o suicidi;
forte stress;
disturbi alimentari (anoressia, bulimia);
perdita di capelli;
problemi di adattamento.

La lista non è esaustiva, ma ti fa capire la gravità del problema che, se non affrontato in tempo, rischia di avere conseguenze irreversibili. Sicuramente, il consiglio è quello di cercare subito un aiuto, oltre che legale, anche psicologico.

Ti è mai capitato di essere stata vittima di Bossing? Raccontaci la tua esperienza.


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